Se entri in guerra hai già perso
Pubblicato da R. Martucci in Riflessioni · Mercoledì 16 Set 2026 · 7 minuti
Tags: Aikido, Reishiki, Social, media, Filosofia, dell’Aikido, Relazione, Rispetto, Budō, Aikido, fuori, dal, tatami
Tags: Aikido, Reishiki, Social, media, Filosofia, dell’Aikido, Relazione, Rispetto, Budō, Aikido, fuori, dal, tatami
C’è qualcosa di curioso, e forse anche di un po’ amaro, in certe dinamiche che attraversano il mondo dell’Aikido italiano quando approda sui social.
Passiamo anni sul tatami a parlare di armonia, relazione, ascolto, gestione del conflitto. Impariamo a riconoscere una distanza, ad aspettare un tempo, a non opporre inutilmente forza alla forza. Ci inchiniamo all’altro prima di cominciare e ancora quando tutto è finito.
Eppure, basta prendere in mano un telefono perché, qualche volta, una parte di tutto questo sembri rimanere lì, insieme agli zōri lasciati fuori dal tatami.

Scorrendo i commenti sotto alcuni video o riflessioni dedicate all’Aikido capita così di incontrare giudizi, correzioni (mai richieste), puntualizzazioni, sarcasmo e quella singolare urgenza di spiegare agli altri come le cose andrebbero fatte, cosa avrebbe veramente detto il Fondatore, quale tecnica funzionerebbe e quale no, cosa sia Aikido e, soprattutto, cosa non lo sia.
Beh, sia chiaro, ognuno è libero di pensarla come vuole e il confronto nella vita, può certamente essere prezioso. Ma perché esista davvero un confronto occorre, almeno, che due persone desiderino confrontarsi. E non sempre è così.
Quando si pubblica una riflessione, un video o semplicemente un frammento della propria pratica non si sta necessariamente formulando una domanda. Non c’è, alla fine, un implicito “E voi cosa ne pensate?”. Il fatto che qualcuno abbia un’opinione su ciò che facciamo non comporta necessariamente che tutti abbiano interesse a conoscerla.
Personalmente anch’io, come tutti, ho proprie opinioni su moltissime cose che incontro ogni giorno. Eppure riesco abbastanza spesso nell’impresa, non particolarmente eroica, di tenermele per me. Se qualcuno scrive qualcosa che mi interessa, mi fermo a leggerlo; se non mi interessa, continuo per la mia strada. Non per indifferenza, piuttosto per una forma elementare di libertà reciproca.
I social hanno invece prodotto uno strano fenomeno: il diritto di avere un’opinione sembra essersi lentamente trasformato nell’irrefrenabile bisogno di esprimerla. E talvolta persino nella convinzione che l’altro debba essere interessato ad ascoltarla.
Nel nostro piccolo mondo dell’Aikido il fenomeno assume aspetti persino divertenti. Bastano pochi secondi di un video perché qualcuno sappia già cosa avrebbe dovuto fare chi sta praticando, dove abbia sbagliato e, naturalmente, che cosa sia o non sia il “vero Aikido”.
Probabilmente anche il tatami digitale ha i suoi Maestri, la certezza, del resto, è assai più facile da praticare del dubbio.
Poi, quando un contenuto acquista visibilità, inevitabilmente attira persone che cercano, attraverso quel contenuto di puntare un po' di luce anche su sé stessi. Il commento sale allora sulle spalle del post e viaggia con lui. E così, nel desiderio di mostrare ciò che sappiamo, qualche volta finiamo involontariamente per raccontare soprattutto chi siamo.
I social non hanno inventato bisogno umano di prevalere, di essere riconosciuti, di avere l’ultima parola, ma hanno semplicemente offerto un palcoscenico sterminato. E su quel palcoscenico, si sa, il conflitto è il nettare degli dei.
Una contrapposizione genera un commento, il commento una risposta, la risposta una controreplica. Torniamo a vedere se qualcuno ha risposto, ci irritiamo, replichiamo ancora. Pensiamo di utilizzare uno strumento mentre, quasi senza accorgercene, è lo strumento che comincia a utilizzare noi. La suscettibilità, il bisogno di avere l’ultima parola, perfino la rabbia diventano quindi energia che tiene in movimento il meccanismo.
Per quel che mi riguarda a questa dinamica cerco, per quanto posso, di sottrarmi e di usare i social senza farmi usare dai social.
Trovo infatti singolare che l’Aikido possa prestarsi così facilmente al loro gioco. Passiamo decenni praticando un’arte che ci parla di relazione, armonizzazione e trasformazione del conflitto e poi rischiamo di utilizzare le parole per produrre esattamente ciò che sul tatami cerchiamo di non produrre con il corpo.
Parliamo di musubi, di connessione, di ascolto e magari non ci accorgiamo che un commento, per quanto tecnicamente ineccepibile, possa non aggiungere nulla alla relazione e servire soltanto a stabilire una contrapposizione.
Mi viene spesso spontaneo chiedermi che fine abbia fatto il prezioso reishiki.
Il reishiki non è soltanto l’inchino all’ingresso del dojo, il modo di sedersi o l’etichetta che osserviamo sul tatami. Se così fosse, sarebbe poco più di un cerimoniale. È anche la consapevolezza del modo in cui ci avviciniamo all’altro e, soprattutto, del modo in cui entriamo nel suo spazio.
Durante una lezione non interrompiamo un Maestro per spiegargli come, secondo noi, dovrebbe eseguire una tecnica. Quando siamo ospiti in un dojo non andiamo per imporre il nostro metodo o la nostra visione della pratica. Entriamo, salutiamo, osserviamo, ascoltiamo e cerchiamo di comprendere ciò che ci viene proposto.
Esistono un tempo, un luogo, una misura, esiste il rispetto. Per quale ragione tutto questo dovrebbe cessare di valere nel momento in cui prendiamo in mano un telefono o accendiamo un pc ?
Esistono un tempo, un luogo, una misura, esiste il rispetto. Per quale ragione tutto questo dovrebbe cessare di valere nel momento in cui prendiamo in mano un telefono o accendiamo un pc ?
A questo punto conosco l’obiezione, perché mi è già stata rivolta: “Se pubblichi sui social devi accettare anche le critiche e il dissenso”.
Certo, devo mettere in conto che possano esserci. Ma da qui a considerare ogni pubblicazione come un implicito invito al dibattito c’è una certa distanza.
E, ancor prima, non sono affatto certo che sia attraverso uno scambio di opinioni che si arrivi necessariamente a comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando. Infatti sono convinto che molte cose dell’Aikido trovino nella pratica, nell’esperienza e nel tempo un luogo di comprensione assai più fecondo del confronto tra opinioni, soprattutto sui social, dove è fin troppo facile scivolare nella contrapposizione.
Personalmente, non sento un particolare bisogno di discutere ciò che pubblico e, soprattutto, non sono alla ricerca di qualcuno da convincere.. Per me pubblicare significa innanzitutto condividere, a volte promuovere, ma non necessariamente chiedere un parere. Altri potranno pensarla diversamente, come è naturale che sia; esattamente come io posso leggere qualcosa, non condividerla e continuare serenamente per la mia strada.
Anche questo attiene, almeno per me, alla pratica dell’Aikido: comprendere che non siamo obbligati a entrare in ogni conflitto che ci viene offerto. Anzi, forse una delle cose più difficili da imparare è proprio riconoscere il momento in cui non entrarci affatto. Perché, come ha detto qualcuno, "se entri in guerra hai già perso". Si, hai perso il centro, hai accettato il terreno dello scontro, hai lasciato che fosse qualcun altro a scegliere dove portarti.
Allora mitigare un conflitto non significa necessariamente affrontarlo, risolverlo o vincerlo ma qualcosa di molto più semplice: non nutrirlo.
Sul tatami faccio attenzione a non opporre inutilmente forza alla forza. Nella vita cerco di non lasciarmi trascinare in discussioni che non mi appartengono, e sui social… beh sui social provo a fare lo stesso. Ho un centro, è il mio centro e cerco solo di custodirlo.
A volte basta non rispondere, altre volte, se necessario, basta un clic.
E oltre si proceda.
