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Aikido Kashin Roma
d.t. Roberto Martucci sensei 6° Dan
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Aikido e Neuropsicologia

Aikido Dojo Kashin Roma
Pubblicato da in Letture · 29 Ottobre 2015
Premessa: non ho trovato articoli  divulgativi in merito, perciò vi ho riportato, a parole mie, un  interessante argomento in cui mi sono imbattuta oggi a lezione,  compendiato di qualche riflessione e congettura personale. Vi trasmetto  queste informazioni con mero intento di condivisione, in un ottica  integrativa e costruttiva, non certo, ovviamente, per scatenare infinite  faide filosofiche tra orientamenti epistemici. Ho cercato di esprimermi  in modo comprensibile e di non dilungarmi troppo... spero di essere  riuscita nel mio intento, almeno per quanto riguarda la chiarezza  espositiva. :)

Le aree parietali, molto in generale, ricoprono un ruolo centrale  nell’integrazione complessa di input somatosensoriali. In parole povere,  tutte le informazioni che provengono dai nostri organi recettivi  vengono messe insieme per formare una sorta di “senso del sé corporeo  integrato”, unico e coerente. Sempre in termini molto semplici e  proliferanti di imprecisioni, si può descrivere il seguente processo:
propriocezione (parietale) --> coscienza-scelta-selezione del  movimento (corteccia prefrontale) --> movimento (area motoria  primaria, anatomicamente a cavallo tra le due) --> feedback vari  (periferie sensoriali) --> di nuovo propriocezione ecc.
Nello  specifico, vi è una piccola area, la VIP, che sembra giocare un ruolo  molto interessante nella percezione del proprio corpo nello spazio. Si  tratta della porzione più profonda di un solco che attraversa  orizzontalmente il lobo parietale, il solco intraparietale, per  l’appunto. Quest’area contiene delle cellule bimodali, così definite  perché presentano campi recettivi sia tattili che visivi e svolgono la  funzione funzione di “ancorare” i primi ai secondi, vale a dire l'imput  tattile a quello visivo, creando una sorta di topografia propriocettiva.  Questi neuroni, detta più semplicemente, consentono la percezione del  proprio corpo in movimento nello spazio. La VIP, per via di tali  proprietà funzionali, è notoriamente implicata nei movimenti di reaching  e di pointing (raggiungere e indicare punti nello spazio), e già questa  informazione basterebbe a farla apparire molto interessante. Ma ciò che  davvero la rende oltremodo intrigante è il fatto che è stata dimostrata  la sua implicazione in un fenomeno che, per capirci, potremmo chiamare  “estensione propriocettiva”, attraverso un esperimento che vede come  protagonisti un primate, una sorta di bastone-rastrellino, delle  noccioline (ahimé troppo lontane!) e qualche microelettrodo per  registrale l’attività puntuale delle cellule di tale area (sulla cui  etica in questa sede sorvolo). Lungi dall’essere una barzelletta, questa  condizione sperimentale ha permesso di scoprire che i neuroni della VIP  tendono ad estendere i propri campi recettivi agli oggetti di cui  facciamo uso intenzionale, ovviamente in seguito ad un debito tempo di  apprendimento. Sempre per intenderci: gli stessi neuroni che scaricavano  quando la scimmia muoveva la mano verso le noccioline, cominciano a  scaricare quando muove la punta dell’oggetto che le è stato fornito per  raggiungere e trarre a sé l’allettante stimolo alimentare. Un esempio,  tra i tanti, dello stesso fenomeno si ha nella guida di un’automobile:  superato il periodo iniziale di familiarizzazione, si comincia a  sviluppare una sorta di percezione del veicolo come estensione di sé, in  modo da dirigerne il volume, in particolare nei movimenti fini di una  manovra di parcheggio, facendo affidamento ad indizi impliciti,  propriocettivi.
A seguito di una tale premessa si apre un mondo di  connessioni e rimandi con la pratica dell’aikido. Il mio primo pensiero  questa mattina, nell’apprendere queste informazioni, è stata una  rievocazione immaginifica di un bokken e della mia esperienza con tale  “strumento”. In quest’ottica, ho subito pensato, si potrebbe sostenere  che siano proprio le cellule bimodali della VIP che ci consentono di  estendere la nostra mente fino alla punta di una spada e di fonderci con  l’arma per riuscire a muoverla come se fosse parte integrante del  nostro braccio e, in definitiva, del nostro corpo.





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